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lunedì 4 marzo 2013

Il processo di costruzione e di sviluppo dell’identità personale tra dimensioni familiari e scolastiche: il ruolo della comunicazione.


A cura di Danilo Serra
<<Io che è Noi, Noi che è Io>>. La frase in questione fu elaborata e partorita nella sua Fenomenologia dello Spirito (1807) da uno dei più imponenti esponenti filosofici di tutti i tempi, Friedrich Hegel. Fuori dalla relazionalità (rapporto Io-Noi) siamo solo mera astrazione, ovvero più semplicemente “non siamo”.
Comunicazione
Il ruolo della “comunicazione”
Nel processo di costruzione della propria identità personale il ruolo giocato dalla comunicazione appare essere vitale.
La radice etimologica del verbo comunicare rievoca mentalmente il latino “cum munus”, quest’ultimo in grado di imprimere l’accento sull’attuarsi concreto di un’azione comune. Il “Cum munus” è inteso infatti come un metaforico scambio reciproco di doni e di cibo, uno scambio salutare e necessario.
[Non è un caso se dal “cum munus” preleviamo naturalmente il termine “communitas”.]
Come è possibile a tal punto comprendere il senso di ciò che nutre e rende attivo l’essere umano? Cosa intendiamo quando abbiamo a che fare con l’atto del comunicare? Cosa è comunicare? E cosa comunicazione?
Comunicare è in primo luogo con-frontarsi. Tale dimensione, il confronto, implica il naturale persistere di una esperienza intersoggettiva che spinge l’attore sociale a relazionarsi e connettersi socialmente, con-frontandosi fronte a fronte. Ciò produce e procura l’attivarsi di una capacità fondamentale nell’essenza stessa della relazione, la capacità di ascolto. L’ascolto non può mai trascendere dall’atteggiamento della cura. Ascoltare significa seguire l’altro, prendersene cura, averne cura, proteggerlo. Tutto ciò non può esistere in assenza dell’elemento ricomprendente della fiducia. Esso ristagna docilmente all’interno di un’orbita comunicativa, presentandosi in primis come un fi-dare, dare fede.
La comunicazione (il confronto, l’ascolto, la cura, la fiducia) è dunque l’Anima esistenziale di una qualunque attività relazionale, distruttrice del singolo Io e Saggia amante dell’universale Noi. Ed è proprio questo Noi che spicca ed emana luce incandescente in due luoghi sociali come la famiglia e la scuola, aventi l’innato obiettivo pedagogico di innalzare e far crescere l’individuo umano in un contesto ambientale che, attraverso lo sguardo, il duello dialettico, l’esercizio del dubbio, possa a lui garantire la piena cittadinanza ed il pieno sentirsi parte attiva di un vero e vivo gioco sociale, mirando e contemplando all’armonia inscindibile ed inesauribile del tutto. Insomma, per dirla con l’Aristotele della Politica, <<chi è fuori dalla socialità o è una bestia o una divinità.>>
Nell’epoca dell’automazione dei processi tecnologici l’esist-ente, specie in un contesto scolastico, si è spogliato della propria veste umana, divenendo stabilmente un semplice ente, un numero effimero e sil-ente. La persona [lo studente] si è matematizzata/enticizzata, frutto di un degrado nichilistico che ha portato ad un drastico allontanamento dal senso puro e concreto del termine Scuola (dal greco scholè, il luogo dove veniva consumato l’otium, in contrapposizione al negotium romanamente inteso come “tempo della fatica lavorativa”). L’Io diviene matricola; lo Spirito si è materializzato. Il giudizio rap-presentante del docente non tiene conto delle passioni, degli stati d’animo, delle pure sensazioni dell’individuo, il quale è costretto ad occuparsi del determinato settore, fagocitato da un insieme incondizionato di nozioni e terminologie acritiche da imparare a memoria. [Che senso ha parlare di “coscienza critica” o di “ars cogitandi”?]
Così, evidentemente, la scuola odierna, nonostante i tanti illuminanti processi di “democratizzazione”, ha inculcato ideali e valori che hanno prodotto, par exemple, il mero innamoramento del risultato finale, annientando di fatto l’intero cammino sapienziale ed il suo esserci. La legge dis-sacrante del profitto imperat…purtroppo!
Ed è qui che nasce e deve nascere l’esigenza di una Rivoluzione, di un conflitto intellettuale che riesca a ri-formare e ri-pensare il pensiero. Un’esigenza che si pone ora più che mai come orexis  [tensione, torsione, desiderio, movimento, azione].
<<Tutti gli uomini tendono per natura al sapere.>> (Aristotele, Metafisica Libro A.)
<<Bisogna armarci intellettualmente per distruggere le barbarie della nostra epoca.>> (Edgar Morin, La testa ben fatta.)
<<La scuola è il luogo di formazione e di educazione mediante lo studio, l’acquisizione di conoscenze e lo sviluppo della coscienza critica.>> (Statuto delle studentesse e degli studenti della Repubblica Italiana, art. 1.comma 1.)

sabato 2 marzo 2013

“La scuola”: immagine filmografica della realtà dei nostri giorni.

A cura di Danilo Serra
I film non sono semplicemente film.
All’interno di una compatta pellicola cinematografica si nascondono svariati universi virtuali in grado di sommuovere ed elevare attivamente l’Anima umana.
Come può un uomo saggio non esporsi e non ri-flettere alla veduta di un film attuale e tragicamente coinvolgente come “La scuola”? Come può non rispecchiarsi e non catapultarsi mentalmente in quella realtà abitata e rappresentata ferocemente dallo scintillante attore nostrano Silvio Orlando?

I film non sono semplicemente film poiché contengono e producono “in nuce” uno Spirito, una Storia vivente, un intreccio narrativo destinato a divenire meta-fisico, immortale, non preda della fugacità temporale.
Ciò che all’attento osservatore del film “La scuola” non potrà mai sfuggire di mano sarà l’angosciante presenza di un sistema disfunzionale e catastrofico. Un sistema, quello scolastico, in cui gli attori protagonisti (docenti e alunni) sembrano viaggiare e vagare intimamente sullo stesso binario ideale. Un binario destinato a raggiungere la meta aberrante del non senso.
Così, l’intreccio cinematografico si sviluppa tra professori monchi di una qualsiasi forma di autorità e professori “gentilianamente” abusanti del personale potere istituzionale mossi dall’immobile motto: <<la scuola non è per tutti!>>.
Una scuola, di conseguenza, da un lato dominata dal menefreghismo e dall’assenza di stimoli; dall’altro contrassegnata dalla “matematizzazione” della persona studente divenuta cifra, ente, numero effimero.
Il film in questione è, e non può essere altrimenti, l’immagine concreta della nostra reale società; uno spaccato tendente ad illuminare un sistema incapace di comprendere il senso puro del proprio essere.
In un contesto assente e non interessato, dove sono immersi sia docenti che alunni, spicca l’atteggiamento eroico del professore di Lettere incarnato dal già menzionato Silvio Orlando, l’unico veramente consapevole degli errori e degli orrori presenti nella <<scuola italiana>>. Egli si pone come la voce silente nel deserto, l’eccezione in un’epoca ostile e barbara. Nonostante il suo atteggiamento “professionale” appaia molle e poco istituzionale (il film è pur sempre ambientato nell’ultimo giorno di scuola), il “professor” Orlando ha il merito di aver compreso l’improduttività e l’inutilità del sistema scolastico in cui si ritrova a cooperare. Tale sistema non poggia sul tempo della pre-occupazione. Non c’è, ovvero, un’attenzione ai bisogni e alle attese degli alunni. L’ascolto, il dibattito, la discussione su tematiche comuni sono tutti elementi sconfinati nello spazio del ‘non potere’, assenti da una dimensione sistemica oramai incapace di innalzare e far crescere l’individuo umano, quest’ultimo risultato e figlio di una scuola alla deriva. Una scuola che il film ha contribuito a rendere immortale nel ri-[cor]do. Una scuola, un sistema, una microsocietà da ri-pensare e ri-modellare, al fine di procreare quella che Morin ha letteralmente definito la “testa ben fatta”, in antitesi e opposizione all’inutile “testa ben piena”.


<<E’ meglio una testa ben fatta che una testa ben piena.>> (Michel de Montaigne)